INTERVISTA A PHILIPPE DAVERIO:
PARLÒ CON NOI DI LIBRI, FUTURO
E DI UNA SCUOLA PER FORMARE

LECCO – Il mondo della cultura piange oggi Philippe Daverio, profondo studioso e divulgatore appassionato, morto la scorsa notte a 71 anni. A Lecco Daverio, alsaziano di nascita e milanese d’adozione, è passato spesso in questi anni su invito di festival culturali o per appuntamenti del Fai – Fondo ambiente italiano.

Nel 2016 la pagina culturale di LeccoNews ebbe l’onore di incontrarlo e intervistarlo, riproponiamo la chiacchierata di quel giorno.

 

Dialogo con Philippe Daverio: «Europa, una civiltà fondata sul libro»
1 febbraio 2016

Storico dell’arte, docente, scrittore, Philippe Daverio è innanzitutto un grande comunicatore capace di riempire teatri, di incantare le platee con la sua eloquenza disquisendo di arte, storia, filosofia. Una spettacolarizzazione della cultura che può far storcere il naso a qualcuno, ma che ha l’indubbio pregio di avvicinare un vasto pubblico, soprattutto giovanile, a temi solitamente appannaggio di ristrette élite.

Ospite abituale del cartellone di eventi organizzati a Verona dall’Associazione culturale IDEM – percorsi di relazioni, che ha inaugurato l’ottava edizione intitolata L’attimo fatale con Vinicio Capossela lo scorso 7 dicembre e che proseguirà con personaggi del calibro di Valeria Golino e Corrado Augias, Daverio lunedì 25 gennaio ha fatto l’ennesimo tutto esaurito in un Teatro Filarmonico stipato in ogni ordine di posti. Tema dell’intervista-spettacolo condotta da Alessandra Zecchini è stato Il Tempo nell’Arte.

In un suggestivo viaggio attraverso artisti e opere iconiche, Daverio ha esplorato le diverse accezioni della parola “tempo” e l’influenza che questo ha avuto nella vita e nella poetica dei grandi che hanno “fatto” la storia dell’arte. Attraverso i secoli, la concezione di tempo ha subito incredibili evoluzioni: se gli aztechi, infatti, avevano una visione cosiddetta ciclica della storia, diversa è la prospettiva cristiana di un “tempo lineare”, a senso unico, che ha un principio e una fine. Dalla concitazione e dall’adulazione della velocità dei futuristi («…simpatici provinciali, perché solo chi non ha mai visto un’automobile si eccita per essa») all’equilibrio di quel «ragioniere e samurai» che era Giorgio Morandi, nel Novecento Salvador Dalì e i suoi “orologi molli” (La persistenza della memoria, 1931) ci dimostrano che il tempo è qualcosa di misterioso, complesso e indefinibile.

Nel pomeriggio dello stesso giorno, Daverio ha tenuto a battesimo la nascita dell’Associazione Amici della Biblioteca Capitolare, nata allo scopo di tutelare e divulgare l’inestimabile patrimonio librario di questa istituzione, che con i suoi 1500 anni di storia è una delle più antiche biblioteche del mondo occidentale, e che ha avuto trai suoi frequentatori niente di meno che Dante Alighieri e Francesco Petrarca.

Migliaia di volumi unici, tra cui le Istituzioni di Gaio, la sola versione esistente al mondo di Diritto Romano riformato dal giurista nel 172 d.C., un’edizione del De Civitate Dei del filosofo cristiano Sant’Agostino coeva all’autore, l’Evangeliarium Purpureum, realizzato nel V secolo per l’incoronazione di Teodorico Imperatore, vergato in oro colato su pergamena purpurea, hanno fatto da cornice alla chiacchierata di Daverio sul tema In Libro veritas, tema che ci ha offerto lo spunto per porgli alcune domande.

Prof. Daverio, qual è stato il ruolo del libro nella storia della società occidentale?

«Se dovessimo scrivere una Costituzione europea potremmo partire dal principio che l’Europa si fonda sul libro, pilastro della cultura occidentale. Non che gli altri popoli non ne abbiano prodotti, basti pensare alla Biblioteca di Alessandria d’Egitto andata distrutta, o a quella di Baghdad, una delle più importanti dell’antichità rasa al suolo dalle orde Mongole, o a quella Cinese, immolata sull’altare delle lotte di potere all’interno dell’Impero. Ecco, noi europei abbiamo una prerogativa che ci accomuna: le biblioteche le conserviamo».

Come è cambiata la cultura del libro nell’era moderna?

«Nel XV secolo il libro rappresentava la massima esaltazione dell’individualismo dei Principi. Con la sua preziosità suggellava il potere di chi lo possedeva ed aveva il privilegio di portarlo con sé, come facevano i Principi itineranti franco-borgognoni che viaggiavano con i loro libri al seguito. O come faceva Petrarca che si portava appresso la sua biblioteca di ben 40 volumi, strepitosa per l’epoca, tra cui il regalo di suo padre notaio: un volume con il frontespizio dipinto niente di meno che da un esponente della famiglia Lippi, e che richiese per la sua realizzazione la pelle di 400 pecore per la pergamena e migliaia di ore di lavoro. O ancora pensiamo ai due volumi del peso di 15 chili della Bibbia di Borso d’Este, in pergamena miniata: per decorarli furono ingaggiati 15 pittori! Ma nello stesso anno in cui il Duca di Ferrara si faceva realizzare il più bel libro del mondo, la nascita della stampa a caratteri mobili inventata da Johannes Gutenberg segnava un passaggio epocale che in cinquant’anni in Occidente fece lievitare il numero di libri da 300 mila a 30 milioni. Non si trattò ancora di un processo di democratizzazione della cultura, ma questo exploit ruppe gli equilibri del mondo e della conoscenza. Il successivo passaggio decisivo verso la modernità risale al XIX secolo, con il crollo del costo della carta che rese il libro accessibile a tutti segnando la nascita di generi letterari popolari, quali il feuilleton».

Se la civiltà moderna è stata la civiltà del libro, cosa ci attende il domani?

«Sicuramente tutte le diavolerie che la tecnica ci mette a disposizione richiedono di rivedere e ripensare la biblioteca, sia il suo spazio fisico che la sua funzione di luogo di aggregazione che è ormai superata, se si escludono le biblioteche universitarie di consultazione. Ci sono grandi biblioteche in America che hanno già messo in rete 4,5 milioni di volumi, in un futuro prossimo tutto sarà digitalizzato, ed è oggettivamente più comodo consultare i volumi dalla propria poltrona di casa. Solo per certi libri di particolare pregio resta il fascino del toccarne la carta. Il libro feticcio è un privilegio di pochi, una sorta di museo in cui si possono toccare i quadri e guardarli da vicino…».

La digitalizzazione può essere dunque il mezzo per avvicinare i giovani al mondo del libro?

«La digitalizzazione è il nostro futuro, ma non basta. Le giovani generazioni vengono affascinate dal fatto di poter capire, bisogna fornire loro la chiave di comprensione. L’alta formazione di oggi non è più mnemonica ma richiede flessibilità mentale. Io dai miei studenti pretendo non che sappiano, ma che “sappiano come si fa a sapere”, che è tutta un’altra cosa. Se la mia generazione ancora doveva tenere a mente che il Trattato di Westfalia era stato firmato nel 1648, che chiudeva la Guerra dei Trent’anni, e che apriva all’Europa degli Stati moderni, oggi tutte queste informazioni non sono più necessarie, l’importante è sapere che il trattato di Westfalia è stato fondamentale. L’anno, in caso di dubbio, lo trovo immediatamente sul telefonino. Se poi nel cervello c’è anche la data del 1648 allora si aprono altre caselle di corrispondenza, se poi pensiamo che questa risale a soli trentotto anni dopo la morte di Caravaggio e all’esecuzione pubblica del regicida François Ravaillac, la turbina comincia a girare attraverso l’incrocio delle informazioni. C’è chi pensa che dopo il neolitico, il paleolitico, l’età del bronzo e quella del ferro, anche l’età del libro sia destinata a chiudersi. Ma ho la sensazione che ancora una volta succederà che l’umanità non abbandonerà la strada seguita, ma la integrerà con i nuovi percorsi, così come non abbandonò il ferro e il bronzo, ma dalla lama forgiata in una caverna arrivò a produrre le statue rinascimentali. Questo rende epico il ruolo delle biblioteche che non debbono limitarsi a conservare archivi inutili, ma a dialogare con i mezzi di comunicazione contemporanei».

In prospettiva è ottimista sulla attuale gestione del patrimonio artistico italiano?

«No, le strutture culturali funzionano attraverso la formazione dei giovani. Io sono molto polemico verso quel pover’uomo del Ministro che ha interpellato un disperato “pezzo d’antiquariato politico” che presiede inutilmente la Biennale di Venezia da vent’anni e gli ha affidato un concorso con il quale sono state selezionate delle persone anche gradevoli ma totalmente inadeguate. Non uno di loro è un intellettuale serio, nessuno ha dei titoli veri. Tra loro e la levatura culturale dei grandi Sovrintendenti che ho conosciuto quando ero trentenne, tra loro e lo storico dell’arte Andrea Emiliani, tra loro e Nicola Spinosa, uno dei più grandi intellettuali italiani, tra loro e il medievista Carlo Bertelli c’è l’abisso che c’è tra il mio panettiere ed un chirurgo plastico norvegese, siamo su piani totalmente diversi».

Qual è dunque la sua ricetta?

«Se fossi plenipotenziario innanzitutto istituirei una feroce scuola di formazione alla francese, dura, molto dura ma anche molto remunerativa, fin dal primo giorno. Non una scuola per “diventare” ma per formare. In pratica traslerei in Italia il modello dell’École du Louvre, scuola superiore di storia dell’arte da cui sono usciti i più grandi intellettuali, curatori e direttori di mostre e musei».